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Welcom

innovazione sociale antidoto alla vulnerabilità

Ripensare il modello di welfare territoriale è la grande sfida per il futuro. Solo così si possono sostenere i territori impoveriti

«Gli esasperati? Sono vulnerabilità impazzite». Paolo Venturi, direttore di Aiccon ed esperto di economia ed innovazione sociale è a Reggio Emilia, per il convegno di lancio della seconda edizione del bando Welcom, progetto di innovazione sociale e welfare comunitario, promosso dalla Fondazione Manodorii. C’è un filo rosso, secondo Venturi, che unisce gli ultimi fatti di cronaca e la necessità di una rivoluzione copernicana del welfare, che oggi, così com’è non funziona più. Una risposta che, dice Venturi, parte «non più dallo Stato che ridistribuisce e dall’erogazione dei servizi dall’alto, bensì dall’attivazione della domanda, dai vulnerabili stessi che diventano protagonisti del nuovo modello di welfare comunitario».
È una storia che parte da lontano, quella dell’innovazione sociale, da un’eredità pesante e presente, fatta di mutualismo e cooperazione, che ha in Reggio Emilia una delle sue culle. E che oggi riparte, per usare le parole del consigliere della Fondazione Manodori, Riccardo Faietti, per ripensare il modello di welfare territoriale assumendo a se l’idea di avere un «ruolo di broker territoriale», di «creare le condizioni per un percorso di progettazione partecipata tra questi attori. Individuando nelle nuove fragilità sociali il terreno ideale per sperimentare un nuovo modo di attivare le potenzialità più ampie della comunità».
Questo è il senso del bando Welcom, a ben vedere: «progettare servizi alla comunità che diventino occasioni per creare di nuova comunità», come spiega ancora Faietti. «È un progetto innovativo – continua Venturi – perché aggrega la domanda non l’offerta. Prima, le alleanze per il sociale erano alleanze tra uguali e omologhi. Oggi per essere utili alla comunità bisogna costruire alleanze tra diversi. Il problema non è più quello di spendere i soldi delle fondazioni, ma di usarli per attivare beni e risorse che sono già disponibili. È welfare generativo, in quanto considera la comunità come risorsa, e non come mera fruitrice di servizi».
Domanda: tutto questo è davvero necessario in un territorio come quello reggiano, un’eccellenza nei servizi alla persona e nella programmazione socioeducativa? Per Venturi la risposta è affermativa: «L’innovazione sociale è il welfare dei vulnerabili – spiega – chiamatela terza società, chiamatelo ceto medio impoverito. È un pezzo di Italia, il 23% del Paese, ormai, che vive in comunità relativamente ricche e che fino al giorno prima non temeva di poter diventare povero. Ma che, se non trova forme di inclusione in un momento di situazioni di crisi temporanea, rischia di scivolare in basso nella società». È lo smottamento di cui parla il Censis, e non è definito dall’Isee, ma dall’isolamento sociale: «La povertà oggi è soprattutto relazionale – spiega Venturi – un paradosso nell’epoca dei social netowork».

L’errore vero che si fa oggi è pensare che prima ci sia è lo sviluppo, poi arriva la redistribuzione e infine la coesione. Un modello del genere non tiene più. Pensiamo a un’anomalia come i working poor, i poveri che hanno un lavoro. Lo stato sociale, così come lo intendiamo, non li vede nemmeno. E loro non chiedono aiuto». La soluzione? Sta nella crasi tra economia e sociale: «Molte imprese oggi sono intrinsecamente sociali, per motivazione degli imprenditori, non solamente in virtù del settore in cui operano. I nuovi servizi devono essere sempre più nella prossimità di questi luoghi. Agricoltura sociale, cultura sociale, nuovo artigianato sono connaturati come realtà di innovazione sociale, imprese che hanno come paradigma l’inclusione e la rigenerazione sociale». Il nuovo welfare, insomma, ha la faccia della nuova economia.