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un palazzo e la sua città

‘Palazzo da Mosto a Reggio Emilia’ è il titolo del volume che è stato presentato sabato 16 dicembre, alle ore 11, all’Aula Magna di Unimore in via Allegri a Reggio Emilia.

Ne hanno parlato Gianni Borghi, presidente della Fondazione Manodori, Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia, Giammaria Manghi, presidente della Provincia di Reggio Emilia, Massimo Mussini, storico dell’arte e curatore del volume, Arturo Calzona, ordinario di Storia dell’Arte Medievale dell’Università di Parma.

La ricerca storica e iconografica, promossa dalla Fondazione Manodori, rende conto delle trasformazioni d’uso e dei cambiamenti del contesto urbano in cui il palazzo è inserito, fino al recente restauro che l’ha restituito alla comunità.

Il libro si apre con la ricostruzione delle origini del palazzo, a cura di Alberto Cadoppi prima e dopo Francesco da Mosto, massaro ducale a cui si deve l’edificazione di Palazzo da Mosto sul finire del Cinquecento. Diego Menozzi ripercorre, attraverso due secoli di cronaca, la successione delle famiglie illustri che hanno abitato in via Mari a Reggio Emilia e l’apertura nel 1860 di un asilo d’infanzia, voluto da Pietro Manodori.

È di Massimo Mussini, invece, l’analisi dell’evoluzione del tessuto urbano intorno all’edificio e del nuovo corso architettonico che coinvolge la città e il territorio a partire dal Cinquecento. Angelo Mazza propone una lettura dei fregi e degli affreschi che sono emersi o sono stati restaurati durante il recupero del palazzo. Il percorso di restauro, terminato nel 2014 e interamente sostenuto dalla Fondazione Manodori, è stato seguito dall’architetto Tullio Zini che ne riporta una sintesi nel volume. Così come Corrado Caselli che illustra, in particolare, le decorazioni ritrovate.

Palazzo da Mosto, realizzato su progetto di Biagio Rossetti, reca all’esterno chiare tracce della forma rinascimentale, sia nel paramento laterizio che nel ricco cornicione ornato con busti di imperatori romani. La sua forma riconduce alla tradizione decorativa lombarda di fine Quattrocento e gli storici dell’arte del primo Novecento vi hanno visto l’intervento di artisti come Cesare Cesariano e Bartolomeo Spani. Lo scalone, che dal cortile interno conduce ad un loggiato ad archi, è stato addossato nel Settecento e in origine era ornato da due cani in pietra oggi conservati ai Musei Civici.

All’interno, si conservano antichi cassettoni lignei dipinti e tracce di decorazioni pittoriche, prima nascoste sotto le intonacature moderne.

In una stanza del piano nobile, che faceva parte dell’abitazione del direttore dell’asilo Manodori, si trova un affresco a putti danzanti dipinto da Cirillo Manicardi, marito dell’allora direttrice Ada Livi, che collaborò con l’artista dipingendo i mazzi di fiori.